Aristotele

Prima di parlare di movimento dobbiamo parlare di tempo, perché le due cose sono interconnesse. Il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi. Nella Fisica, Aristotele, definisce il tempo come “il numero del movimento secondo il prima e il poi”. Secondo questa definizione, il movimento, inteso come susseguirsi di atti, è identificabile cognitivamente in una successione cronologica di fasi.

La rappresentazione mentale di queste fasi virtuali implica ovviamente la presenza di un soggetto numerante che definisca cognitivamente il movimento numerato inserito nel tempo.

S. Agostino

Queste basi naturalistiche della concezione del tempo si trasformano in mentalistiche nel Medioevo, specialmente ad opera di S. Agostino che nelle Confessioni (XI, 14) e nel De civitate Dei (XI, 5) concepisce il tempo come successione di stati psichici caratterizzati da memoria ed anticipazione.

Da queste origini hanno preso le mosse due linee speculative contrapposte: una classificabile come naturalistico-reale e l’altra mentalistico-illusoria.

Secondo quest’ultima concezione, l’attività umana, quindi ciò che di essa ogni individuo esperisce, si colloca lungo un continuum esistenziale e si presenta sotto forma di movimento.

Spazio-Tempo

In questo modo, tempo e spazio sono strettamente integrati e percepiti dall’uomo come un tutto unico (spazio-tempo o cronotopo). Questa percezione integrata è espressa nella sua bidimensionalità che si articola in: percezione di moto in svolgimento e percezione di spostamento da un luogo ad un altro di un oggetto. La mente umana rappresenta il moto visualizzando una “traccia spaziale percorsa dall’oggetto che si muove”.

Ogni individuo percepisce infatti il tempo come unità che si articola dall’istante in cui inizia un evento sino a quello in cui termina. Nel caso in cui si osservi consapevolmente questo movimento, si prova la sensazione di un unico evento completo che procede dal luogo di partenza dell’oggetto a quello di arrivo, e solo a movimento concluso è possibile rappresentarsi la “traccia spaziale” impressa nella nostra memoria dal movimento dell’oggetto.

Henry Bergson

Nell’opera Materia e Memoria del 1896, Henry Bergson, sostiene che il corpo sia solo un centro d’azione in grado di scegliere atti, gesti, atteggiamenti e movimenti. Gli effetti di queste scelte si strutturano come un tutto unico nella durata della coscienza, e il loro ricordo-immagine costituisce la materializzazione, operata dal cervello, di effetti trascorsi. Questo processo non avviene a tutti i livelli di consapevolezza, perché la coscienza, pur caratterizzata anche da memoria, non implica necessariamente il ricordo.

L’atto del percepire agisce come un continuo filtro selettivo dei dati e rappresenta la scelta compiuta dal corpo e dal cervello. Se si vuole percepire l’azione del camminare, è necessario attuare una successione cronologica di miniconsapevolezze riferita agli elementi d’azione che strutturano l’intero atto del camminare. La percezione che ogni individuo ha del tempo è spaziale, anche nei suoi elementi strutturanti.

Achille e la tartaruga

Questo duplice aspetto della percezione del tempo, ossia il “movimento in svolgimento in quanto unità e il movimento compiuto in quanto divisibile in parti”, giustifica il paradosso zenoniano secondo cui nulla si muove in realtà. Il problema del tempo, ma che in realtà non costituisce di per sé un problema ma diventa tale solo nel momento in cui l’uomo decide di comprendere se stesso in relazione al concetto di durata, collegato direttamente a concetti metafisici di indubbia rilevanza culturale ed esistenziale, quali quelli di eternità, onnipresenza, immutabilità, ubiquità, etc.

Neuroni e Coscienza

Gli studi recenti hanno rilevato l’esistenza, almeno nell’attuale interpretazione dei dati raccolti, di una netta distinzione fra il tempo della fisica e quello della mente. Le ricerche condotte in questi ultimi anni si sono avvalse di esperimenti che hanno evidenziato il legame esistente, a livello di elaborazione cosciente ed elaborazione neuronale, fra la percezione dello spazio e la percezione del tempo. Si è riscontrato che l’elaborazione mentale cosciente del movimento avviene con un ritardo variabile tra i 300 e i 400 millisecondi, rispetto all’elaborazione neuronale.

approfondimento

Vai all’articolo di Psicologia della Percezione.

movimento apparente

Il termine “movimento apparente” si riferisce a qualsiasi movimento che ha luogo quando non c’è nessun movimento reale o dell’oggetto corrispondente, ma in realtà tutti i movimenti percepiti sono di fatto “apparenti”, perché sul recettore (la retina) niente si muove: abbiamo soltanto l’attivazione di cellule adiacenti. L’esempio più rilevante di movimento apparente è il movimento stroboscopico (o autocinetico) che consiste in cambiamenti discreti e successivi delle posizioni dello stimolo che inducono la percezione di un movimento continuo è un caso di movimento percepito che ha luogo in assenza di movimento, sia nel mondo fisico (come movimento della sorgente di stimolazione), sia al livello dei recettori (sulla retina non c’è alcuna proiezione degli stimoli che muova da una posizione all’altra della retina stessa).

Il Taumatropio

I primi tentativi di costruire un macchina di riproduzione del movimento furono fatti in Inghilterra nel 1826 da John Ayrdon Paris e William Henry Filton, con l’invenzione del taumatropio (Invenzione attribuita a Mark Roget nel 1824. nell’immagine una Lanterna magica di fine ‘800.): un apparecchio molto semplice costituito da un disco dipinto da ambo i lati al quale erano attaccate due cordicelle. Facendo girare rapidamente il disco le immagini dipinte sembrava si fondessero creando piccoli effetti di movimento.

I primi studi sulla scomposizione e ricomposizione del movimento si devono al fisico Joseph Antoine Ferdinand Plateau, il quale nel 1829, studiò il fenomeno del movimento percepito fra due fonti di luce stazionarie lampeggianti ad intervalli regolari, puntando a dimostrare che se più oggetti differenti si presentano alla vista a intervalli regolari di tempo, le impressioni che si producono sulla retina si uniscono senza confondersi e si ha la sensazione di vedere un solo oggetto che cambia forma e posizione, con l’invenzione del fenachisticopio, un disco di cartone dotato di una fessura lungo la circonferenza e con diverse figure dipinte su una delle facce; facendo girare il disco attorno al suo centro di fronte a uno specchio e guardando attraverso le fessure le figure riflesse sullo specchio, invece di confondersi, si animavano dando l’idea del movimento.

Muybridge

A Jules-Etienne Marey si deve l’idea di utilizzare lo studio del movimento per le scienze sperimentali secondo un complesso strumento, inventato nel 1874, chiamato “fusil photoghraphique” e quasi allo stesso modo dello strumento messo a punto da Jannsen, poteva registrare una serie di immagini al ritmo di venti al secondo. Fu utilizzato per ottenere sequenze di immagini d’uomo o animale in movimento. Gli esperimenti dell’inglese Eadweard James Muybridge, invece rappresentarono una vera e propria vivisezione del movimento del corpo umano e portarono alla creazione di un nuovo modo di vedere e rappresentare il corpo umano e animale sotto la spinta di una componente voyeuristica con la pubblicazione nel 1887 di 20.000 fotografie celebri con il nome di Animal Locomotion [5].

gilles deleuze

Questi studi sul movimento ci riportano ad un’importante studio condotto sul tema negli ’80: Immagine-tempo e Immagine-movimento sono due opere di Gilles Deleuze per il cinema che rappresentano un’importanza storica e teorica molto significativa. David Norman Rodowick ha studiato le connessioni tra gli scritti di Gilles Deleuze sui testi visivi e scientifici e ha descritto la logica formale della sua teoria delle immagini e dei segni, rivelando come il punto di vista deleuziano sui film approdi a problemi filosofici contenuti in altri testi dello stesso autore e includa un’influenza significativa del suo lavoro con Felix Guattari. Non solo la teoria di Gilles Deleuze modifica la tradizione dominante riguardo alla teoria del cinema ma incentra il suo studio sulla moderna filosofia.

la macchina del tempo

Con la sua Macchina del Tempo Gilles Deleuze, si occupa di riflessioni riguardanti la natura del tempo e del movimento, rifacendosi alle teorie di tre grandi pensatori, Henry Bergson innanzi tutto, ma poi anche Friedrich Nietzsche e Platone, postulando l’idea di un cinema come esempio tipico di falso-movimento. Esso procede con due dati complementari dell’istantaneità, l’immagine e il movimento, o tempo impersonale, uniforme e astratto rappresentato dalla macchina da presa, con la quale si fanno sfilare le immagini, ricostruendo con delle sezioni immobili un movimento e creando così un paradosso, infatti, sebbene il cinema proceda attraverso fotogrammi, che sono sezioni immobili di tempo, ci restituisce un’immagine media a cui il movimento non si aggiunge astrattamente, ma appartiene all’immagine come dato immediato.

newton e kant

Per quanto il concetto di tempo abbia subito una metamorfosi continua, scompaginata da paradigmi filosofici, concezioni avanguardistiche, correnti teoriche e metodologiche di varia natura, il cui fulcro di un’ontologia cronologica ben radicata, risiede nelle affermazioni di Isaac Newton che, nel teorizzare un tempo unico, vero e matematico, affermò che quest’ultimo «per sua natura fluisce in modo eguale, senza relazioni con alcuna cosa esterna». (Isaac Newton, Principi Matematici della filosofia naturale, vol. I, in Classici della scienza, UTET, Torino, 1965.)

Circa un secolo dopo Isaac Newton è Immanuel Kant a sconfessare la concezione del fisico e matematico inglese, opponendogli una visione del tempo soggettiva, anche se universale. Immanuel Kant riteneva che il tempo, come lo spazio d’altronde, non fosse una rappresentazione oggettiva della realtà cui la nostra mente si adegua, quanto uno schema mentale che condiziona la singola percezione del mondo esterno: non è dunque una realtà obiettiva, asettica, bensì uno schema psichico, una forma aprioristica della mente. [Ritorna all’articolo sulla Psicologia della Percezione.]

(Pubblicato nella raccolta di saggi sul tempo in Silvia Licciardello, Tempo Labirinto, RSMediaItalia 2014.)

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