Nel corso del Novecento la tradizione autobiografica tende ad ibridarsi con la forma romanzesca, e l’esperienza individuale pare dissolversi nella fiction, dando così origine a quello che si suole definire romanzo autobiografico[14]. Un grande testo novecentesco che si colloca tra l’autobiografia e il romanzo è Alla ricerca del tempo perduto (A la recherche du temps perdu) di Marcel Proust, scritta tra il 1909 e il 1922 e successivamente pubblicata in sette volumi tra il 1913 e il 1927. Rappresenta l’opera più importante di Marcel Proust, e si colloca tra i massimi capolavori della letteratura universale per la sua importanza linguistica, ma soprattutto per l’ambizione letteraria e filosofica che l’autore ha riposto in quest’opera: intuire di cosa il tempo è composto per cercare di fuggire il suo corso. In essa è racchiusa tutta l’evoluzione del pensiero dell’artista. Fra i moltissimi temi trattati spicca quello del ritrovamento del tempo perduto: legato al passato, ma allo stesso tempo al presente del ricordo. Il ritrovamento necessario passa attraverso due elementi entrambi necessari: la memoria e l’arte. La memoria ci dà la possibilità di rivivere momenti passati che associamo a determinate sensazioni: il sapore della madeleine, riassaporato dopo anni, ricorda al protagonista le giornate d’infanzia passate a casa della zia malata a Combray. Per Marcel Proust, però, il recupero del passato non è sempre possibile, distingue due tecniche o gradi di recupero: la memoria volontaria e la memoria spontanea. La prima richiama alla nostra mente tutti i dati del passato in termini logico-critici, senza restituirci l’insieme di sensazioni e sentimenti che contrassegnano quel momento come irripetibile; la seconda, per il suo carattere spontaneo e involontario, è quella sollecitata da una casuale sensazione e che ci riporta al passato con un procedimento alogico, quella che ci permette di “sentire” con contemporaneità quel passato, di rivederlo nel suo clima, si tratta dell’intermittenza del cuore proustiana, la tecnica da seguire per il recupero memoriale basato sull’analogia-identità tra la casuale sollecitazione del presente e ciò che è sepolto nel tempo perduto. Per Gilles Deleuze il nodo dell’interpretazione della concezione proustiana del tempo va ricercata nella ricerca più generalmente diffusa nell’opera dell’autore di segni che costituiscano mondi differenti, vacui segni mondani, come quelli sensibili materiali o essenziali dell’arte capaci di trasformare tutti gli altri.La memoria involontaria cattura con un’impressione o una sensazione, l’essenza preziosa dell’ io, e serve a spiegare il valore assoluto di un ricordo abbandonato dall’infanzia, risvegliato attraverso il sapore di un dolce o un sorso di tè. Questo procedimento porta alla vittoria sul tempo e sulla morte, cioè ad affermare noi stessi come esseri capaci di recuperare il tempo e la coscienza, è l’unico elemento che vince la materia e porta alla verità di noi stessi e alla felicità. Ricordare è creare. Ri-cordare è ri-creare, far rivivere un certo lasso di tempo che è quindi come creare un nuovo Tempo, una nuova Realtà, una nuova Verità.

Partendo dalla dimensione di un tempo contingente, presente, e dall’occasione che ci viene data, il passato perduto finisce per stratificarsi e illuminarsi diventando eterno frammento di Tempo Puro, che non è mai stato un vero passato. Il Tempo Perduto non è un tempo passato perché è un tempo da ricercare e da ritrovare. In quanto rivissuta, quell’infanzia ritrovata è eterna, universale. L’essenza pura della vita giace nel suo essere Ritrovata, nel suo essere Ripetuta o Ripresa, anche l’essenza che si dà nella cosiddetta apparenza, nel fenomeno, nell’esperienza sensibile. Epifania quindi come paradigma, allo stesso modo che per James Joyce, di “un momento in cui la realtà delle cose ci soggioga come una rivelazione”, scheggia di eternità ideale che salva la vita dalla sua transitorietà, a priori dietro la ricerca del Tempo perduto e gli infiniti errori, deformazioni, fraintendimenti di questa peripezia. Il tempo che viene così ritrovato dalla memoria e fissato dall’arte è dunque un tempo interiore, e non esteriore, un tempo assolutamente soggettivo. Per questa ragione Marcel Proust dà un’importanza notevole agli spazi chiusi, come può esserlo una camera, e al rinchiudersi in se stessi per poter “ascoltare” meglio le voci interne del nostro io. Per Marcel Proust la grandezza dell’arte vera, consiste nel ritrovare, nel riafferrare, nel farci conoscere quella realtà da cui viviamo lontani, da cui ci scostiamo sempre più via via che acquista maggior spessore e impermeabilità la conoscenza convenzionale che le sostituiamo: quella realtà che noi rischieremmo di far morire senza averla conosciuta, e che è semplicemente la nostra vita. La vita vera, scoperta e portata alla luce, è la sola che è stata realmente vissuta, risiede nella letteratura e nella stessa attività scritturale del narratore che narra la propria esperienza, fissando in eterno quel risveglio di sensazioni che permette alla memoria il ritorno al passato. Il lavoro di scrittura è il mezzo più adatto ad oggettivare e manifestare agli altri l’intensa soggettività di chi è stato ispirato. Il reale è figurazione di valori ideali, eterni, segno di verità che si trovano a grande distanza e che da esso possono differire. Unicamente allo spirito è concesso di raggiungerle e partecipare della loro eternità. Ciò che è fuori dell’azione dello spirito rimane limitato alla materia non può, per Marcel Proust, rispondere a verità poiché non è parte dell’eternità. La verità è incontaminata dal tempo, dalle convenzioni, dalle apparenze ed è accessibile a tutti. La grandezza dell’arte vera consiste nel ritrovare, nel riafferrare, nel farci conoscere quella realtà da cui viviamo lontani, da cui ci scostiamo sempre più man mano che ci allontaniamo nel tempo. L’immersione nel flusso della coscienza [15] è utile al fine di cercare l’identità, Il tempo ritrovato è la verità di un passato altrimenti condannato alla distruzione. Il mondo ritrovato è interiore, mistico, costruito su questo gioco di memoria e tempo e non appartiene né al passato né al presente: è extratemporale e motivo di grande felicità perché elimina la sensazione di perdita del tempo e permette al soggetto stesso di uscire dalla dimensione del reale e riscoprire la verità di un momento della sua esistenza. Per Marcel Proust non si tratta di ricostruire il passato in modo intellettuale con documenti o ricordi, ma semplicemente di attendere una sensazione particolare che ne evochi una passata, un ricordo, l’impressione che si ha nel momento epifanico è quella di non sapere se si è parte del passato o del presente in una sovrapposizione tra il livello reale delle sensazioni e quello ideale dell’interiorità. Attraverso l’analisi della costruzione temporale e della memoria in Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, i fenomeni della dimensione tempo vengono suddivise da Gérard Genette in alcune categorie ben definite. La prima è quella di ordine, in questa sezione Genette parla delle anacronie presenti nel testo narrativo avremo così le analessi, ovvero le retrospezioni di segmenti narrativi rispetto al punto in cui la storia si trova o le prolessi, o anticipazioni. Egli suddivide ancora in durata, la coincidenza o meno della storia in cui ci si trova con il tempo del discorso. Quando il discorso è più breve della storia, prevede la possibilità del sommario, o della pausa. Se viene sospeso il tempo della storia e dell’elissi, sia se c’è un’omissione di una parte della storia e di una maggiore velocità del tempo del discorso. La relazione che esiste tra racconto e diegesi viene chiamata frequenza e distingue quattro possibilità: racconto singolativo se con un solo enunciato si racconta un avvenimento accaduto una sola volta, ripetitivo se più enunciati fanno riferimento ad un solo avvenimento, iterativo se ad un avvenimento accaduto più volte corrisponde un solo enunciato e singolativo multiplo se ad un certo numero di enunciati corrispondono altrettanti enunciati.

paul ricoeur

La fenomenologia della memoria di Paul Ricoeur, ci riporta all’assunto aristotelico che dice che la memoria è del passato, l’enigma del passato pone al centro la dualità tra l’essere stato e il non essere più.

Martin Heidegger promuove il primo facendone l’autentico e originario significato del passato, ma Paul Ricoeur, invece sostiene di pari diritto entrambe le definizioni. Il passato perduto, trascorso, non va inteso soltanto come quello che non è più in primo piano, anche quello che è irrimediabilmente perduto, e che è passato attraverso la prova della perdita dell’oblio, unica condizione che rende possibile l’esistenza ontologica della memoria e della storia. L’oscillazione tra i due sensi di passato riprende la doppia significazione dell’immagine o impronta impressa nella mente in quanto presenza e rinvio all’assente. A ciò si lega la questione della somiglianza che intercorre tra l’evocazione presente del ricordo e l’impronta stessa che determina se un’immagine è verosimile o somigliante al fatto di cui custodisce l’impronta. Paul Ricoeur sostiene che bisogna dissociare memoria e immaginazione anche se la problematicità dei loro rapporti non diminuisce affatto perché come sottolinea Henry Bergson, il ricordo puro ritorna sempre sotto forma di immagine. Considerando il passato nella più vasta dialettica delle tre dimensioni, Paul Ricoeur propone una fenomenologia fondata su una particolare polisemia abbinata alle tre forme di passato, presente e futuro sotto forma invece di proprio, prossimo e lontano riprendendo i termini di Reinhart Koselleck in una configurazione che prevede una polarità tra “spazio di esperienza” e “orizzonte di attesa”. Un esame privilegiato della natura del ricordo ci pone davanti alla domanda se esso possa definirsi individuale o intersoggettivo. Paul Ricoeur oppone la tradizione riflessiva e intimistica di S. Agostino ed Edmund Husserl alle tesi del sociologo Maurice Halbwachs, fautore del primato della memoria collettiva, elaborando la tesi della costituzione reciproca e simultanea del ricordo soggettivo e di quello sociale. L’attenzione è concentrata su un problema di uso e abuso della memoria. Esiste una patologia della memoria, sia a livello sociale che personale, la cui condizione è data dalla fragilità estrema dell’identità personale e collettiva. Sigmund Freud, in Ricordare, rielaborare, ripetere e in Lutto e melanconia esamina l’atto del ricordare come un lavoro analitico che si oppone alla coazione a ripetere. Il lutto della memoria, rappresenta il prezzo del lavoro della memoria, sconfessando Martin Heidegger il quale parla invece dell’esperienza del futuro, del “poter essere”, senza separarlo dall’esperienza della morte. La memoria per Paul Ricoeur è anche una forma di passato ancorato ancora troppo al presente, è il passato che non vuole passare. Un autentico lavoro della memoria infatti deve prendere le distanze da questo tempo malato. La storia allora, lavoro retrospettivo per eccellenza si aggancia alla memoria, sfruttando la sua capacità di distanziare, esercitando contemporaneamente una funzione critica e terapeutica delle sue patologie operando su tre livelli: la ricerca dei documenti, la spiegazione storica e la composizione di grandi quadri storici. L’oblio, ipotizzato a due livelli di profondità da Paul Ricoeur, e cioè, l’oblio profondo (operante contro la memoria come ritenzione e conservazione) e quello manifesto (contro la memoria come rimembranza e richiamo) nel secondo caso, è distinto inoltre in altre tre diverse tipologie: il tipo “passivo” della già citata coazione a ripetere, passaggio all’atto che si sostituisce al ricordo, e poi l’oblio “semi-attivo” e “semi-passivo” rappresentato dalla fuga, intesa come rinuncia ambigua e irresponsabile. All’interno del racconto è selettivo e inerente alla stessa necessità del raccontare, l’oblio attivo.

(Pubblicato nella raccolta di saggi sul tempo in Silvia Licciardello, Tempo Labirinto, RSMediaItalia 2014.)

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